È trascorso un anno dalla scomparsa di Papa Francesco e con questo articolo desideriamo ricordarlo, richiamare le sue posizioni giuste e ribadire il suo amore per la Terra Santa e per il suo popolo, rendendogli almeno in minima parte quanto ha donato con il suo affetto verso la nostra gente. Si tratta di posizioni che gli sono costate anche molta ostilità a livello politico. È stato padre, pastore e difensore della verità e della giustizia, instancabile promotore di pace, equità e dialogo, nonché sostenitore dei diritti del popolo palestinese.
In questa occasione, desidero iniziare parlando della sua visita e del suo pellegrinaggio in Terra Santa, compiuti poco tempo dopo la sua elezione al soglio pontificio. Fin dal suo arrivo, proveniente dalla Giordania in elicottero — dopo aver svolto un intenso programma nel Regno hashemita e aver incontrato Sua Maestà il re Abdullah II e visitato il sito del Battesimo — Papa Francesco offrì un gesto simbolico dal profondo significato politico e umano. Scelse, infatti, di arrivare direttamente a Betlemme, città della Natività, senza passare da Israele: una decisione interpretata come un primo segnale di apertura verso il riconoscimento dello Stato di Palestina. Per noi, questo ha rappresentato una tappa importante della nostra storia.
Durante la visita, svoltasi dal 24 al 26 maggio 2014, mentre si recava a celebrare la Messa in Piazza della Natività, il 25 maggio si fermò a pregare davanti al muro di separazione a Betlemme. In un gesto spontaneo e non previsto, scese dall’auto, appoggiò la fronte e la mano sul muro di cemento e rimase in silenzio per alcuni minuti. Questo gesto, divenuto un’icona a livello mondiale, fu interpretato come un chiaro messaggio contro il muro e come segno di solidarietà con il popolo palestinese.
Durante il soggiorno a Betlemme, visitò anche il campo profughi di Dheisheh, dove incontrò i bambini e ascoltò le loro sofferenze quotidiane e le loro speranze. Ebbe inoltre incontri privati con famiglie palestinesi, prendendo conoscenza diretta delle difficoltà legate all’occupazione e ribadendo il suo sostegno e il suo appello a una pace giusta.
Nel corso del suo programma in Terra Santa, incontrò anche il Patriarca ecumenico Bartolomeo I nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, il 25 maggio 2014, in un incontro storico per promuovere l’unità dei cristiani, a cinquant’anni dal primo incontro tra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora nel 1964. L’incontro si concluse con una preghiera comune e la firma di una dichiarazione congiunta per il riavvicinamento tra le Chiese, riaffermando la centralità di Gerusalemme per la fede cristiana.
Un’altra tappa significativa fu la visita alla Spianata delle Moschee, dove incontrò i rappresentanti del Waqf islamico, invitando alla costruzione di ponti di pace, al rispetto reciproco e al rifiuto dell’uso del nome di Dio per giustificare la violenza. Papa Francesco è stato infatti un forte sostenitore del dialogo islamo-cristiano, come dimostra anche il Documento sulla fratellanza umana firmato con il Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb.
Dopo la sua elezione, promosse numerose iniziative che riflettevano la sua vicinanza al popolo palestinese. Tra queste, l’invito al presidente palestinese Mahmoud Abbas a partecipare a una preghiera per la pace nei Giardini Vaticani insieme al presidente israeliano Shimon Peres: un momento simbolico segnato dalla piantumazione di un ulivo, segno di pace e speranza e richiamo alla soluzione dei due Stati.
Un momento particolarmente significativo fu anche l’innalzamento della bandiera palestinese in Vaticano durante la visita del presidente Abbas, in occasione della canonizzazione di due sante palestinesi, Maria Alfonsina Ghattas e Maria di Gesù Crocifisso (Mariam Baouardy), il 17 maggio 2015, alla presenza di una grande partecipazione ufficiale e popolare.
Sul piano politico, Papa Francesco ha assunto una posizione chiara a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina entro i confini del 1967. Questa posizione si è concretizzata con la firma dell’accordo globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina nel 2016, nel rispetto della legalità internazionale e con particolare attenzione allo status di Gerusalemme.
Durante la guerra a Gaza, il Papa ha continuato a invocare il cessate il fuoco, denunciando la guerra come sconfitta dell’umanità e chiedendo l’ingresso degli aiuti umanitari. Ha mantenuto anche un contatto diretto con la comunità rifugiatasi nella chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, offrendo sostegno umano e spirituale.
Tra i suoi gesti più significativi vi sono anche gli incontri con famiglie palestinesi colpite dalla guerra e l’appello a una valutazione giuridica internazionale degli eventi a Gaza. Nel suo libro pubblicato nel 2024, ha inoltre richiamato l’attenzione sulla grave crisi umanitaria, invitando a verificare se le condizioni possano rientrare nella definizione di genocidio secondo il diritto internazionale.
Nel suo ultimo messaggio pasquale Urbi et Orbi del 2025, poche ore prima della sua morte, ha rinnovato il suo appello per un cessate il fuoco a Gaza, esprimendo profonda preoccupazione per la situazione umanitaria e ribadendo la sua vicinanza sia al popolo palestinese sia a quello israeliano.
In conclusione, queste tappe rappresentano testimonianze significative della posizione di Papa Francesco sulla questione palestinese, unendo dimensione umana, spirituale e politica. Esse resteranno nella memoria come espressione di un impegno morale per la giustizia e la pace in Terra Santa.
Il suo successore, Papa Leone XIV, prosegue oggi questo cammino, portando avanti un’importante eredità ecclesiale e continuando a promuovere con determinazione i valori della giustizia, della pace e della riconciliazione.
Roma, 21 aprile 2026 Issa Kassissieh
Ambasciatore dello Stato di Palestina presso la Santa Sede


